Autogestione: un punto di vista esterno, ma non troppo. Spunti di riflessione.

Ammetto che inizialmente non ho visto di buon occhio l’iniziativa. Molte le perplessità legate sia ad un probabile  dispendio di tempo in un anno scolastico così disastrato per la nostra scuola, sia ad esperienze precedenti dove gioco a carte e “vasche” nei corridoi  erano le attività più diffuse e, in certo qual modo, più “nobili” rispetto alle altre che giravano attorno al fumo nelle sue varie declinazioni.

Stavolta è andata in modo diverso: laboratori pianificati meticolosamente, servizio d’ordine in ogni aula, gruppi di studio, cineforum, varie ed eventuali. Le ragazze e i ragazzi dell’Artistico-Musicale hanno provato seriamente ad organizzarsi. Fin qui complimenti veri dettati da un’esperienza ormai trentennale vissuta sul campo del LAC.

Dopo tre giorni di autogestione e una mattina dedicata alla sfilata di  un rumoroso corteo di protesta con tanto di bara e palloncini neri (a sottolineare il lutto per la mancata risposta da parte delle istituzioni alla ineludibile esigenza di una scuola “a regola d’arte”, una scuola vera), sabato 11 febbraio 2017 ci siamo ritrovati nella routine quotidiana della didattica curricolare per riannodare i fili di un discorso accantonato praticamente una settimana fa. La necessità di non riprendere di botto, come se non fosse accaduto nulla, era nell’aria, e, anche se non chiesta esplicitamente dagli studenti, si avvertiva nei loro sguardi. Da qui l’idea di tracciare un bilancio dell’esperienza. L’ho chiesta in forma scritta e tutti, anche i più riottosi ad usare carta e penna, si sono messi a lavoro. Li ho avvisati che avrei estrapolato dalle loro risposte i passaggi più significativi e che li avrei pubblicati in forma anonima. Ciò che segue è una brevissima antologia delle opinioni più frequenti.

“A parer mio, scrive B., era tutto molto interessante, ma un po’ disorganizzato”. Mentre ad E. “piacerebbe che questo evento ricapitasse nei prossimi anni”. Altri invece, come S., lamentano l’inserimento forzato in corsi non scelti, nonostante fossero state espresse altre preferenze. Per A. la nota negativa è emersa a causa “dei referenti di laboratorio poco socievoli e dei rappresentanti un po’ troppo strillanti”. Più drastica M. che ha definito i tre giorni di autogestione “una perdita di tempo”. Poi alcuni hanno espresso pareri discordi sull’utilità dei laboratori frequentati. In questo caso si va da un perentorio “mi sono annoiata a morte” e “sarebbe stato meglio fare lezione normale” a giudizi lusinghieri riservati ai corsi di teatro e di make-up. Assai singolare poi è l’opinione di chi ritiene indispensabile una più diffusa presenza di docenti esperti durante lo svolgimento dei laboratori.  Interessante è anche  il parere di M. che ha scritto “mi aspettavo un po’di più, perché essendo ragazzi del Liceo Artistico, pensavo che ci sarebbe stato molto più divertimento, ma allo stesso tempo impegno e serietà” E arriviamo al clou, alla manifestazione conclusiva del 10 febbraio che “non ha catturato l’attenzione” di I. mentre A. l’ha giudicata “molto originale” e via discorrendo.  Comunque al di là dei singoli giudizi, l’opinione maggiormente condivisa è quella di B. che ha scritto “anche se l’organizzazione era un po’ scarsa per diversi corsi, credo sia servita per avere più fiducia in noi alunni”. Per concludere,  alla mia domanda se la formula dei laboratori autogestiti possa essere riproposta durante le giornate dedicate all’assemblea di istituto, il 70% degli interpellati ha risposto entusiasticamente in modo affermativo. 

In definitiva il bilancio dei tre giorni di attività autogestita, ovviamente parziale perché espresso dagli alunni di un solo biennio,  non è del tutto benevolo: la criticità della carenza organizzativa viene sottolineata con forza, così come l’imposizione dei corsi e dei laboratori da seguire e del chiasso eccessivo nelle aule di studio. Alcuni, soprattutto i pendolari, ravvisano nella divisione della scuola in tre plessi un ostacolo allo sviluppo di esperienze comuni. Per altri versi si percepisce il gradimento della possibilità di socializzare, di condividere gusti musicali, cinematografici, culturali in genere e di affrontare temi attuali e spinosi come l’immigrazione e il femminicidio.

Forse gli studenti hanno capito che  non esistono iniziative interessanti a prescindere, ma che molto dipende da noi. Questa consapevolezza può essere un buon inizio per una possibile sperimentazione didattica in cui loro siano attori e non semplici comparse.  

Tuttavia attenzione care ragazze e cari ragazzi: è stata chiesta la collaborazione dei docenti, molti di noi si sono resi disponibili ed hanno contribuito alla riuscita di alcuni laboratori , però non  accarezzate neppure per un istante l’idea che gli insegnanti possano essere “utilizzati” in modalità jukebox...

Anna Maria Lecca

(docente di Storia dell’Arte nel corso A + 5^ I)

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